Le ondate di calore non possono più essere trattate come un fattore esterno e imprevedibile. Nei cantieri, dove l’attività fisica, l’esposizione al sole, l’uso di DPI e la presenza di superfici irradianti amplificano il rischio, lo stress termico deve entrare stabilmente nell’organizzazione della sicurezza.
L’Ispettorato Nazionale del Lavoro, come abbiamo spiegato meglio qui, conferma questo cambio di prospettiva: il rischio da calore va valutato nel DVR e, per i cantieri, nel POS, con misure concrete e verificabili.
Non basta quindi richiamare genericamente il “caldo estivo”: occorre prevedere orari rimodulati, pause in zone ombreggiate o rinfrescate, disponibilità di acqua fresca, rotazione nelle mansioni più gravose, informazione sui sintomi del colpo di calore e coinvolgimento del medico competente per i lavoratori più fragili.
In questo quadro il preposto assume un ruolo decisivo. Non è il soggetto che redige la valutazione dei rischi, ma è la figura che presidia l’attuazione effettiva delle misure in campo. È lui, nella quotidianità del cantiere, a verificare se le condizioni previste sulla carta siano davvero rispettate: se l’acqua è disponibile, se le pause vengono effettuate, se i lavoratori sono esposti nelle ore più critiche, se una lavorazione particolarmente pesante può essere anticipata, posticipata o sospesa.
Il punto centrale è che il preposto non deve limitarsi a “segnalare” il problema quando il rischio è già evidente. Ai sensi dell’articolo 19 del D.Lgs. 81/2008, in presenza di condizioni di pericolo rilevate durante la vigilanza, ha un obbligo di intervento. Questo significa che, se il caldo rende non accettabile la prosecuzione dell’attività, il preposto deve attivarsi: fermare temporaneamente la lavorazione, allontanare il lavoratore dalla fonte di rischio, informare i superiori e far applicare le misure previste.
Nel rischio da stress termico, la vigilanza del preposto deve essere dinamica. Le condizioni cambiano durante la giornata: temperatura, umidità, irraggiamento, vento, fatica accumulata e stato fisico dei lavoratori possono trasformare rapidamente una situazione gestibile in una situazione pericolosa. Per questo è opportuno che il preposto utilizzi anche strumenti previsionali e di allerta, come quelli istituzionali richiamati dall’INL, e che sia formato a riconoscere segnali come crampi, debolezza, confusione, nausea, pelle molto calda o alterazioni del comportamento.
Nei cantieri più complessi il tema riguarda anche il coordinamento tra imprese. Il rischio caldo deve essere gestito dentro l’organizzazione reale delle lavorazioni: interferenze, turni, aree di deposito, zone d’ombra, disponibilità di acqua, servizi, spazi per il recupero e procedure di emergenza. Il preposto dell’impresa esecutrice è quindi una cerniera operativa tra POS, indicazioni aziendali e realtà del fronte di lavoro.
La nota INL chiarisce inoltre che gli ispettori dovranno verificare non solo la presenza formale della valutazione, ma l’effettiva attuazione delle misure. In assenza di valutazione del rischio microclima o di misure adeguate, l’attività ispettiva potrà arrivare a prescrizioni e alla sospensione delle lavorazioni interessate fino all’adozione degli interventi necessari.
Il messaggio per le imprese è netto: il caldo non si affronta con soluzioni improvvisate. Serve una pianificazione preventiva e serve una catena di controllo efficace. In questa catena il preposto è il primo presidio operativo della prevenzione. La sua funzione non è burocratica, ma concreta: osservare, decidere, intervenire e impedire che la produzione continui quando le condizioni espongono i lavoratori a un rischio non accettabile.











