I DEBITORI INSOLVENTI? ORA NON POSSONO PIÙ SCAPPARE. ECCO PERCHÈ.

A cura dell’Avv. Renato Ragazzino, Legal Team di Unione Artigiani

 

Sono finiti i tempi dei debitori insolventi che, attraverso cambi di residenza e il tempestivo occultamento dei propri beni, frustravano le iniziative dei creditori risultando – spesso alla fine di una lunga e onerosa procedura – privi di beni perché “nullatenenti”.

Con la legge di bilancio 2023 sono infatti entrate in vigore alcune norme della cd. “Riforma Cartabia” che hanno – finalmente – consentito la semplificazione, velocizzazione ed efficienza della fase esecutiva del processo civile (quella destinata ad aggredire i beni del debitore per soddisfare i crediti inevasi).

Innanzitutto non sarà più necessario affrontare la lunga e spesso infruttuosa trafila delle notificazioni attraverso l’ufficiale giudiziario; tutto potrà essere fatto celermente direttamente dall’avvocato del creditore che effettuerà le notificazioni degli atti al debitore (tramite PEC), senza dover ricorrere agli Ufficiali giudiziari o al servizio postale.

Dal 2020,infatti, sono obbligati ad avere un indirizzo PEC tutte le imprese, sia società che imprese individuali iscritte nel Registro delle Imprese, le pubbliche amministrazioni, gli enti no profit e i liberi professionisti iscritti ad un ordine professionale e, dal   06.07.2023, anche i privati; così nessuno potrà sottrarsi alla consegna degli atti, nemmeno cambiando il domicilio, la residenza o la sede sociale per rendersi irreperibile, ciò in quanto l’eventuale circostanza del mutamento dell’indirizzo è considerata inidonea a dimostrare l’incolpevole ignoranza della pendenza del processo, non escludendo un trasloco la possibilità di prendere visione delle comunicazioni inviate dai creditori via PEC.

Ma cosa succede se l’indirizzo del debitore è inattivo?

Secondo la Cassazione [1] l’indirizzo PEC della società o dell’imprenditore individuale risultante dagli elenchi della Camera di Commercio costituisce un recapito assimilabile a quello della sede legale: perciò resta sempre valido sino a quando non è stata pubblicata l’eventuale modifica.

Ne consegue che il mancato funzionamento, per qualunque causa, di tale indirizzo rappresenta un rischio solo per il destinatario; infatti onere di chi eserciti l’attività d’impresa, munirsi di un indirizzo PEC ed assicurarsi del corretto funzionamento della propria casella postale certificata, se del caso delegando tale controllo, manutenzione o assistenza a persone esperte del ramo; ne deriva che le notificazioni tramite PEC inoltrate alla casella di posta elettronica del debitore si ritengono valide ed efficaci a prescindere dal fatto che il destinatario le abbia “aperte” e visionate o meno, sia per suo negligenza sia per il malfunzionamento del suo servizio PEC  .

Pertanto, neppure eventuali errori o omissioni nel funzionamento della casella PEC da parte del gestore del servizio esimerebbero l’imprenditore dall’onere di vigilanza e controllo, e non potrebbero essere invocati dal destinatario della notifica quale causa di mancata conoscenza della stessa.

La giurisprudenza, infatti, ha chiarito che la notificazione di un atto eseguita ad un soggetto che è obbligato per legge a munirsi di un indirizzo di posta elettronica certificata, si ha per perfezionata anche se la ricevuta con cui l’operatore attesta che la casella PEC del destinatario è “piena”.

In tal caso la comunicazione  dell’operatore è da considerarsi equiparata alla ricevuta di avvenuta consegna, in quanto il mancato inserimento nella casella di posta per saturazione della capienza rappresenta un evento imputabile al destinatario, per l’inadeguata gestione dello spazio per l’archiviazione e la ricezione di nuovi messaggi [2].

Tornando alla procedura esecutiva di recupero del credito, una volta effettuata la notificazione telematica del titolo o del pignoramento da parte dell’avvocato del creditore , in caso di mancato adempimento è autorizzata la ricerca informatica dei beni del debitore, ovunque essi si trovino, presso tutte le banche dati pubbliche (Agenzia delle Entrate, archivio dei rapporti con gli istituti finanziari e banche, PRA, registri immobiliari, rapporti di lavoro o indirizzi dei committenti …).

Sarà così possibile pignorare i beni del debitore, anche se nella materiale disponibilità di terzi, siano essi crediti, somme, titoli in deposito, immobili o partecipazioni in società o in altre imprese.

Anzi, se vi è pericolo nel ritardo che tali ricerche comportano, queste potranno essere fatte anche in anticipo così da impedire al debitore di alienare i beni di sua proprietà o di far “sparire”  i fondi da un dato conto bancario per sottrarli al pignoramento.

Naturalmente di questa attività di ricerca il debitore non saprà nulla fino all’avvenuto pignoramento quando non potrà più sottrarre il bene all’esecuzione forzata o trasferirlo ad altri.

Insomma sarà estremamente difficile per il debitore rendersi incapiente per sottrarsi al pagamento di quanto dovuto perché i suoi beni e persino i suoi crediti saranno conoscibili e tempestivamente aggredibili.

E’ importante, pertanto che il creditore attivi tempestivamente le nuove procedure offertegli dall’ordinamento giuridico per una rapida e soddisfacente tutela dei suoi crediti.

 

Avv. Renato Ragozzino

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[1] Cass. civ. n.16365/2018

[2] Cass. civ. sez. VI, 11/02/2020, n.3164


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